Rodolfo Calanca, Il transito di Venere sul disco del Sole                       

Edizioni scientifiche COELUM, Mestre-Venezia 2004                                                      

 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO:

Il transito di Venere sul disco del Sole,

edizioni scientifiche COELUM, Mestre-Venezia 2004

Rodolfo Calanca

I TRANSITI DI VENERE: UNO STRAORDINARIO PERCORSO TRA STORIA DI UOMINI E SCIENZA

Devo ammettere che quando ho iniziato, alcuni anni fa, a documentarmi sui transiti di Venere, inizialmente per ricavarne un semplice articolo, il mio interesse era assai lieve e contingente. Desideravo raccogliere poche informazioni, chiare ed esaurienti, sia sui meccanismi orbitali che stanno alla base della periodicità di questi rari fenomeni sia sul ruolo che i cinque transiti osservati dagli astronomi (avvenuti negli anni 1639, 1761, 1769, 1874 e 1882) avevano avuto nella ricerca della parallasse solare, grandezza direttamente collegata ad una delle principali costanti dell’astronomia: l’Unità Astronomica. 

Il punto di partenza di questa ricerca fu un rapido sguardo all’Astronomia popolare, uno dei grandi classici di Camille Flammarion, il principe dei divulgatori della scienza del cielo.

In queste pagine, ormai ingiallite dal tempo, m’imbattei in alcune notizie, appena abbozzate, che evocavano personaggi dal comportamento apparentemente incomprensibile, uomini che avevano abbandonato tutto per seguire un fenomeno, che si esauriva in poche ore, da alcune delle plaghe più sperdute del globo.

Secondo Flammarion, il più sfortunato di tutti (p. 286 dell’edizione italiana del 1887), era stato il suo connazionale Legentil, partito “nel 1760 per osservare il passaggio del 1761: ma la guerra degli Inglesi nelle Indie gli impedisce d’arrivare; egli non può scendere a terra che dopo la data del passaggio. Appassionato per l’astronomia, egli prende l’eroica decisione di fermarsi per otto anni a Pondichéry [in India], per attendere il prossimo passaggio del 1769!”.

Ma, proseguiva il grande autore francese, passati gli otto fatidici anni, “egli non dubita di ottenere un successo meraviglioso [nell’osservazione del transito], costruisce un osservatorio, impara la lingua del paese, [ma] arriva il sospirato anno, il fortunato mese di maggio, e i primi giorni di giugno sono illuminati da un splendido sole: alla fine il cielo si copre, un temporale sopraggiunge precisamente all’ora del passaggio, il Sole resta ostinatamente nascosto, Venere passa e, qualche minuto dopo l’uscita [dal disco solare], il cielo si rischiara…”, lasciando di stucco, disperato ed incredulo, il malcapitato Legentil.

La lettura di queste poche righe, scorse pigramente in una calda serata estiva, mi diede qualche motivo di riflessione. Che cosa spinse Legentil ad allontanarsi per undici anni da Parigi, il centro del mondo, sobbarcarsi un pericoloso viaggio in terre inospitali, afflitte da epidemie fatali, e sfidare la buona sorte? Quale era la natura del sogno di questo gentiluomo illuminista, probabilmente amante degli agi di una grande città, della buona tavola, delle belle donne, dei fasti di una corte (anche se ancora per poco) tra le più sfarzose d’Europa? Mi ripromisi di cercare una risposta rapida a queste estive domande apparentemente oziose: in fondo, mi dicevo, non devo far altro che scrivere un articolo informativo di pochissime pagine! 

La consultazione di un vetusto catalogo per autori di una delle biblioteche italiane più fornite di opere antiche mi riservò la prima piacevole sorpresa.

Risultava che Legentil  aveva pubblicato un libro sulle sue avventure in ben due volumi: Voyage dans les mers de l'Inde, fait par l'ordre du Roi, à l'occasion du passage de Vénus sur le Disque du  Soleil le 6 juin 1761 et le 3 du meme mois 1769, Paris 1779-1781.

Forse per colpa del caldo torrido e della luce diffusa che male illuminava la tetra sala di lettura della biblioteca, confesso di essere stato assalito per un momento da un senso di spossatezza mentale che spesso mi accompagna quando mi sto per imbarcare, al buio, in imprese che, già in altre occasioni, si erano rivelate inutili e faticose.

Perché impegnarsi nella lettura, in un difficile francese settecentesco, di una cronaca di viaggio, probabilmente tediosa, ridondante e quasi sicuramente inutile? 

Superando a fatica questi dubbi, compilai la richiesta di consultazione dei due volumi e poco dopo mi accinsi a sfogliarli, soffermandomi sul nome completo, assai roboante, dell’autore: Guillaume-Joseph-Hyacinthe-Jean-Baptiste le Gentil de la Galaisière.

Subito mi colpirono la bellezza delle incisioni che accompagnano il testo, ma soprattutto mi affascinarono queste orgogliose parole, intrise di grandeur: “le grandi nazioni dei nostri giorni, e quelle che sono destinate ad esserlo nei prossimi secoli, dovranno riconoscere con ammirazione che la Francia ha intrapreso, essa sola, le grandi imprese [legate al transito] che concorrono al progresso delle principali scienze, l’astronomia, la geografia e la navigazione.”  

Mentre leggevo mi chiedevo come mai Legentil parlasse di “imprese” al plurale: stai a vedere che in viaggio, per l’osservazione del transito di Venere, c’erano altri personaggi, viaggiatori altrettanto straordinari? Rimandai per un momento la ricerca dei nomi degli altri temerari, perché desideravo procedere con ordine e farmi un’idea di cosa fosse successo a Legentil.

Tra l’altro, mi accorsi subito che Flammarion si sbagliava quando frettolosamente affermava che Legentil aveva pacificamente risieduto otto anni in India. La verità era ben diversa: il gentiluomo francese aveva allegramente vagabondato per i mari del sud, giungendo fino alla Filippine. Ma, soprattutto, aveva visto tutto, osservato ed annotato tutto con gli occhi avidi, inquieti e limpidi di un bambino: la direzione dei venti tropicali, i tramonti del sole sull’Oceano alla ricerca del bagliore istantaneo del raggio verde, le variazioni dell’ago magnetico e tanto altro ancora.

E, lo confesso, mi sono commosso di fronte alle desolate, stupite parole di dolore con le quali descriveva il fallimento delle sue osservazioni del secondo transito: “questa è la sorte che tocca sovente gli astronomi. Ho fatto più di diecimila leghe… mi sono esiliato dalla mia patria e tutto questo per essere spettatore di una nuvola fatale, che coprì il Sole nel momento esatto dell’osservazione, per togliermi il frutto delle mie pene e delle mie fatiche. Non riuscivo a riprendermi dallo stupore. Riuscivo appena a figurarmi che il passaggio di Venere era già passato… Rimasi per più di quindici giorni in uno stato di singolare torpore, senza avere il coraggio di prendere la penna per continuare il mio diario. Essa mi cadde molte volte dalle mani allorché venne il momento di annunciare in Francia la sorte della mia spedizione”.

Naturalmente, presto scoprii che Legentil de la Galaisière, era nato nel 1725 in una famiglia della piccola nobiltà di provincia e a vent’anni si era trasferito a Parigi per seguire gli studi teologici. Li abbandonò quasi subito, dopo aver seguito le lezioni dell’astronomo Delisle al Collége de France ed aver ricevuto l’invito di Jacques Cassini a trasferirsi presso l’Observatoire per esercitarsi nelle osservazioni astronomiche. Nel 1759 l’Accademia Reale delle Scienze gli offrì l’opportunità, subito accettata, di recarsi a Pondicherry in India per osservare il passaggio di Venere del 1761.

Qualche altra ricerca fece affiorare i nomi di numerosi personaggi, altri viaggiatori-scienziati straordinari, figli di un’epoca forse unica, l’età dell’illuminismo.

E man mano che leggevo la folla di astronomi che mi premeva alle spalle diveniva straripante come un fiume in piena: Lalande, Chappe d’Auteroche, Pingré, Hell, il tenente di vascello James Cook, Maskelyne e ancora, Secchi, Tacchini, Airy….

Accennerò solo ad alcuni di essi. L’astronomo francese J.J. Lalande, un personaggio bizzarro, intelligente, spesso generoso e dotato di un innegabile fascino, era legato alla massoneria e si dichiarava ateo. Uno dei suoi divertimenti preferiti era stupire i suoi interlocutori con le sue enormità, una delle quali era la passione per i ragni secchi che riteneva nutrienti e che inghiottiva a larghe prese dalla sua tabacchiera d’argento.

In realtà se ne nutriva per contrastare il morboso terrore che essi gli incutevano: chiodo scaccia chiodo. Divenne una delle figure centrali dei due transiti settecenteschi, grazie ad un’inconsueta, per l’epoca, mentalità cosmopolita, acquisita nel corso della prima vera campagna astronomica internazionale, quella di Marte del 1751. Era poi spronato da una straordinaria ambizione e da un desiderio viscerale di onori e gloria che non ha eguali tra gli astronomi del suo tempo (forse solo paragonabile a quella di alcuni del nostro di tempo). Un suo contemporaneo, un homme d’esprit, affermò che egli era affetto da un’idropisia da celebrità.

Un altro personaggio leggendario fu il canonico di Santa Genoveffa di Parigi, Alexandre-Gui Pingré, acerrimo rivale scientifico di Lalande, abilissimo calcolatore di effemeridi ed esperto di comete, avvicinatosi tardi all’astronomia dopo essere stato a lungo professore di teologia, insegnamento che aveva dovuto abbandonare per le accese critiche sollevate dalle sue poco ortodosse opinioni riguardanti il giansenismo. Pingré, per il transito del 1761, fu destinato ad un’isola nell’Oceano Indiano, dove si recò senza protestare nonostante l’età avanzata, la gotta e le artriti.

Oppure l’abate Chappe d’Auteroche che viaggiò per la Siberia in piena inverno in condizioni climatiche proibitive e, otto anni dopo, nel 1769, si recò in Messico per il successivo transito, trovandovi la morte.  

Tutti, e tra questi molti che oggi sono stati dimenticati, rincorrevano il sogno di misurare i cieli, la Parallasse Solare, l’Unità di Misura del sistema solare.

 

Durante quelle appassionanti ore di lettura le avventure dei numerosi personaggi, che tra il Seicento e l’Ottocento osservarono i transiti, fluivano sotto i miei occhi come un incontenibile torrente in piena.

Ah! a proposito: non ho mai scritto l’articolo di poche paginette che ha dato origine a tutto questo. Ho tentato, invece, di scrivere un libro che, in una qualche misura, potesse trasmettere quel senso di fantastica scoperta di mondi, idee e problemi scientifici affiorati, in modo del tutto inaspettato, da questa mia immersione nello straordinario passato dell’astronomia.

 

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