PROGETTO SIDEREUS: Gli astrofili detective della scienza - © Rodolfo Calanca, 2008

 

Rodolfo Calanca

 

Gli astrofili detective della scienza: un’indagine sui libri che 400 anni fa

hanno rivoluzionato l’astronomia

 

Un progetto EANweb per l’Anno mondiale dell’Astronomia 2009

 

Gli appassionati di storia dell’astronomia di tutt’Europa entrano nelle biblioteche e negli archivi 

alla ricerca di tre opere fondamentali che hanno profondamente segnato la Rivoluzione astronomica

 

L’European Astrosky Network (EAN), con la recente apertura del suo portale EANweb  (www.eanweb.net), oltre ad offrire  all’amatore di astronomia un’informazione principalmente basata sull’uso di trasmissioni di web-TV in diretta e differita, ha in programma alcuni importanti progetti culturali per l’Anno Internazionale dell’Astronomia 2009, rivolti ad un pubblico di astrofili e di appassionati di storia dell’astronomia, tra i quali spicca quello descritto nel seguito e che porta il titolo: “Alla ricerca dei libri che quattro secoli fa hanno rivoluzionato l’astronomia”.

I libri ai quali mi riferisco, elencati in ordine di data di pubblicazione, sono l’Astronomia Nova, il Sidereus Nuncius e la Dioptrice. Il primo e l’ultimo, pubblicati rispettivamente nel 1609 e 1611, sono stati scritti da Joannes Kepler, una delle maggiori figure dell’astronomia di ogni tempo. Il Sidereus, invece, testo capostipite dell’astronomia telescopica, fu pubblicato da Galileo il 12 marzo 1610. Esso è anche il punto di arrivo della sua prima tornata di osservazioni celesti e delle rivoluzionarie scoperte sulla natura della Luna e della sconvolgente esistenza dei satelliti di Giove. Tra l’altro, l’Anno Internazionale dell’Astronomia intende celebrare i primi 400 anni del cannocchiale, la cui invenzione anche se non può essere ascritta a Galileo, egli ebbe però lo straordinario merito di averlo rivolto al cielo, primo tra i suoi contemporanei, con la piena consapevolezza delle sue enormi potenzialità scientifiche.

  

L’EAN vuole dar vita ad un’autentica, straordinaria “caccia al tesoro”, trasformando gli appassionati di storia dell’astronomia in detective della cultura, facendoli entrare nelle biblioteche e negli archivi europei sulle tracce delle copie ancora esistenti di queste opere fondamentali della cultura scientifica occidentale.

Nelle sue linee guida generali, il progetto si ispira al lavoro di ricerca che da oltre trent’anni uno dei maggiori storici dell’astronomia viventi, Owen Gingerich, professore emerito ad Harvard, svolge sul “De Revolutionibus Orbium Coelestium” di Copernico, del quale si è posto l’obiettivo di censire tutte le copie esistenti. Gingerich è ben noto per essere stato il presidente della Commissione dell’Unione Astronomica Internazionale (IAU) che, nel 2007, a Praga, ha ridefinito il significato del termine “pianeta”.

Questa sua caccia instancabile ad uno dei libri che hanno segnato un’epoca rivoluzionaria per la scienza, ha prodotto uno dei più affascinanti saggi divulgativi pubblicati negli ultimi anni: “Alla ricerca del libro perduto”, edito in Italia nel 2004, la cui lettura è altamente consigliata a tutti gli amanti della scienza e della cultura.

Perché uno studioso del calibro di Gingerich ha speso molti anni in una, apparentemente futile, caccia che si è svolta prevalentemente tra gli scaffali polverosi di vecchie biblioteche di mezzo mondo?

E perché riproporre ora la stessa tipologia di ricerca per individuare le copie delle prime edizioni di altri tre classici della scienza?

 

Agli inizi della sua carriera di studioso, Gingerich era rimasto affascinato da un memorabile libro dello scrittore Arthur Koestler, “I sonnambuli: storia delle concezioni dell’universo”, nel quale il “De Revolutionibus” era battezzato come “il libro che nessuno ha mai letto”. Quando il volume di Koestler uscì “nessuno era in grado di dimostrare la verità o la falsità della sua affermazione”, come sottolinea Gingerich stesso. Per una seria fortuita di circostanze, lo studioso di Harvard poté però consultare all’Osservatorio di Edimburgo una copia dell’opera di Copernico appartenuta al noto astronomo tedesco Erasmus Reinhold (1511-1553), autore delle fortunatissime Tavole Pruteniche che per quasi un secolo furono utilizzate per la composizione delle effemeridi planetarie. Il De Revolutionibus appartenuto a Reinhold  era zeppo di annotazioni e di diagrammi a margine che forniva un indizio inaspettato sul fatto che, nonostante i numerosi ed astrusi dettagli matematici e geometrici, l’opera copernicana fu analizzata con estrema attenzione da almeno un grande studioso del Cinquecento. La successiva scoperta di un consistente numero di copie fittamente annotate, dimostra che numerosi altri astronomi, soprattutto in Europa centrale ed in Inghilterra, nella seconda metà del XVI secolo,  studiarono a fondo Copernico. E’ evidente che  Koestler aveva torto e Gingerich può ora affermare che: “gli esemplari [del De Revolutionibus] appartenuti agli astronomi gettano luce sul lungo  processo di accettazione della cosmologia eliocentrica come descrizione reale del mondo fisico”.

 

Riproporre una ricerca che consenta, attraverso le copie ancora conservate di tre opere fondamentali,  di comprendere meglio ciò che è avvenuto nei primi anni del Seicento (perché, in quei pochi anni, qualcosa di assolutamente straordinario è davvero avvenuto) è certamente un’operazione culturale di ampio respiro.

Non ho l’inopportuna pretesa che lo studio del materiale raccolto sia un compito che si deve assumere l’amatore o lo studente; il loro contributo si dovrebbe invece esplicare nella segnalazione dell’esistenza dell’opera in una determinata biblioteca e ad un suo primo esame per appurare la presenza di note a margine o di appartenenza. Tutto il materiale, raccolto e schedato con le modalità indicate più avanti in questo articolo, dovrebbe costituire la base di un censimento delle tre opere, di indubbio interesse per gli studiosi che in futuro vorranno esaminare in dettaglio il percorso e che potranno così orientare la loro ricerca attraverso i meandri delle numerosissime biblioteche europee. Solo facendo riferimento all’Italia, l’ultimo censimento di cui sono a conoscenza riporta qualcosa come 15000 biblioteche presenti sul territorio nazionale, tra pubbliche e private. Una stima grossolana per l’intero territorio europeo non dovrebbe indicarne un numero inferiore a 80000 con un patrimonio di libri e periodici complessivamente stimato in almeno 2,5 miliardi di pezzi!

 

E’ innegabile che esistono ancora degli interrogativi storici che non hanno avuto una risposta adeguata e che sono fortemente connessi alle tre opere di cui qui ci occupiamo. Lo studio delle annotazioni a margine e dei rimandi, riuscire ad attribuire la corretta appartenenza delle opere nel corso del Seicento, oppure, stimolare semplicemente il risveglio di interesse intorno alle opere scientifiche del primo ventennio di quel secolo, tutto ciò potrebbe contribuire a risolvere problemi come i seguenti: quando fu finalmente inteso che l’Astronomia Nova apriva nuovi orizzonti alla comprensione delle cause fisiche dei moti planetari? Oppure, come ha fatto Galileo a realizzare in pochissimi giorni un cannocchiale perfettamente funzionante e che migliorava grandemente le prestazioni ottiche di tutti quegli esemplari che circolavano, numerosi, in Europa? Oppure, un’altra domanda cruciale: in realtà, cosa utilizzava Galileo per misurare le distanze angolari tra Giove ed i suoi satelliti nelle numerose ed accurate osservazioni illustrate nel Sidereus Nuncius?  

Ponendo l’occhio al cannocchiale galileiano, e dovendo contemporaneamente fare un raffronto tra l’immagine telescopica ed una mira, non è affatto facile stimare la separazione angolare dei satelliti medicei, a causa della sua scarsa luminosità e di un campo di vista estremamente ridotto!

Infine, un altro importante interrogativo: perché, nonostante Kepler abbia fornito nella Dioptrice la teoria completa del cannocchiale astronomico, con tanto di disegno dei percorsi dei raggi attraverso le lenti, occorsero poi molti anni prima che qualcuno ne costruisse un esemplare funzionante? La Dioptrice non è stata letta? Era troppo complessa, troppo tecnica? 

Ribadisco che se il censimento europeo che qui proponiamo avrà successo, forse si potrà sperare di far maggiore luce su di uno dei momenti cruciali della Rivoluzione Astronomica. Ma una precisazione è indispensabile: il progetto del citato censimento è limitato all’Europa per il semplice motivo che non avendo il supporto di enti o strutture istituzionali, per noi diventa impossibile estendere tale ricerca su scala planetaria!

Diamo ora brevi cenni sulle grandi figure scientifiche di Kepler e Galileo ed una succinta descrizione delle tre opere, seguendo l’ordine cronologico di pubblicazione.

 

Kepler, ASTRONOMIA NOVA (1609)

 

Il giovanissimo ed appassionato Giacomo Leopardi, nella sua Storia dell’Astronomia, con trasporto scriveva: “[Kepler] fu un uomo grande, un uomo meraviglioso; e il titolo brillante di Padre dell’astronomia è appena sufficiente a rimunerarlo de’ benefizi inestimabili che egli ha fatti a questa scienza”.

Johannes Kepler, il Padre dell’astronomia moderna, è senza alcun dubbio una delle menti più brillanti, ma anche tra le più tormentate, dell’intera storia dell’astronomia. Il noto divulgatore scientifico francese Nicolas Witkowski dice che “il suo semplice nome basta a far impallidire gli adepti del positivismo, a far rischiare il colpo apoplettico ai sostenitori di un progresso scientifico lineare e a far tossire imbarazzati i fautori del sacrosanto metodo scientifico”.

Kepler scrive di essere stato concepito nell’anno 1571, il sedici maggio alle 4 e 37 e che la sua nascita prematura, a trentadue settimane, dopo duecentoventiquattro giorni e dieci ore (curioso: la sua gestazione corrisponde al periodo di rivoluzione siderale di Venere, quando si dice che il destino è letteralmente scritto nelle stelle!), era avvenuta il 27 dicembre 1571 a Weil-der-Stadt, un paesino del Württemberg da una famiglia di agricoltori con un passato di piccola nobiltà decaduta, ormai impoveritisi sia economicamente che spiritualmente.

I suoi studi primari furono irregolari e, addirittura, interrotti per due anni, durante i quali fu costretto a lavorare duramente per mantenersi. Nel 1589 godette di una sovvenzione statale che gli consentì di iscriversi ai corsi della facoltà delle arti dell’università di Tubinga e, in breve tempo, divenne uno degli allievi prediletti del famoso astronomo Michael Maestlin, un copernicano assai apprezzato negli ambienti scientifici dell’Europa del tempo.

Nel 1593 fu invitato ad insegnare matematica alla scuola luterana di Gratz, in Stiria, in verità un modesto impiego, che Kepler, accettò riluttante. In quella sorta di esilio nella più profonda provincia austriaca, vide la luce il suo primo lavoro astronomico, preludio ad un’opera ancora più vasta, il Mysterium Cosmographicum. Di chiarissima impronta platonico-pitagorica, il Mysterium si basava sull’idea, del tutto falsa, che la struttura del cosmo è costruita su rigorose figure geometriche.

L’importanza di quest’opera giovanile non sta, certamente, nell’illusoria convinzione di aver finalmente trovato l’arcana struttura dell’universo. Molto più importanti per gli sviluppi futuri delle sue ricerche planetarie, sono invece alcune domande che nessuno, prima di lui, si era posto: esiste un rapporto matematico tra la distanza che separa un pianeta dal Sole e il tempo della sua rivoluzione completa?  Oppure, perché Copernico, come aiuto al calcolo e per non confondere il lettore allontanandosi troppo da Tolomeo, aveva riferito ogni cosa non al centro del Sole, ma al centro dell’orbita terrestre?

Nel Mysterium, rispondendo a quest’ultimo quesito, egli adottò come nuovo centro del mondo il centro del Sole e i mutamenti nelle orbite risultarono notevolissimi.

La prima domanda invece, richiese alcuni decenni di ricerche per avere una risposta corretta, sfociata nell’enunciazione della sua terza legge planetaria.

Subito dopo la pubblicazione del Mysterium, egli entrò in contatto con Tycho Brahe, il più grande astronomo osservatore del tempo, al quale ne aveva inviato un esemplare, chiedendogli di commentarla. Per Kepler, il giudizio di Tycho, che fu ampiamente positivo, significava molto.

Nel ricevere il primo scritto di questo promettente neofita, l’astronomo danese, che nel frattempo meditava di abbandonare l’isola di Hven ed il suo meraviglioso osservatorio, comprese di trovarsi di fronte ad un giovane di straordinario talento, anche se dal carattere ombroso e difficile, che forse aveva le capacità matematiche e la caparbietà necessarie per condurre in porto l’agognato progetto di una riforma dell’astronomia basata sul suo sistema cosmologico, quello che portava il suo nome. Per questo motivo, dopo essere entrato al servizio dell’imperatore Rodolfo II, Tycho gli offrì il posto di suo assistente.

Nei primi mesi del 1600 Kepler accettò di malagrazia l’offerta, a causa di alcuni ridicoli screzi e malintesi sorti ancor prima di conoscersi personalmente. Nel nuovo Osservatorio nei pressi di Praga, Tycho gli affidò lo studio dell’orbita di Marte. Da qui prese l’avvio un’odissea intellettuale di straordinaria importanza scientifica: quella lotta contro Marte che un entusiasta Kepler dichiarava di poter vincere in otto giorni, richiese invece otto lunghi e durissimi anni di lavoro.

Nel frattempo, a restituirgli un’inaspettata autonomia di ricerca intervenne la morte di Tycho il 24 ottobre 1601. Questi, dal letto di morte mormorava, rivolto al suo recalcitrante assistente, che io non sembri aver vissuto invano, cercando di strappargli la vana promessa che la progettata riforma dell’astronomia, coronamento della sua intera carriera di studioso, avrebbe avuto come cardine il suo sistema, a spese di quello copernicano.

Il trentenne astronomo, al quale l’imperatore Rodolfo II conferì subito dopo l’altisonante titolo di astronomo imperiale, si buttò, con il consueto accanimento, sul problema del moto di Marte, facendo inizialmente uso delle opposizioni del pianeta rosso degli anni 1587, 1591, 1593 e 1595.

Nel 1602 trovò, come primo parziale risultato dei suoi lunghissimi calcoli, che il pianeta percorreva un’orbita ovale, ma il 1603 lo dedicò alla stesura del suo primo straordinario libro di ottica, i Paralipomena. Riprese i calcoli su Marte solo nei primi mesi del 1604, mentre, di pari passo proseguiva la stesura dell’altro suo capolavoro nel quale descriveva, con un’incredibile dovizia di particolari, il difficilissimo lavoro che gli fu necessario per addomesticare il pianeta rosso: l’Astronomia Nova (il titolo completo è: Nuova Astronomia Causativa ovvero Fisica Celeste, tratta dai commentari dei movimenti di Marte, sulla base delle osservazioni di G.V. Tycho Brahe).

Nel 1606, per la stampa dell’opera, che vide la luce solo nel 1609, l’imperatore Rodolfo II promise un contributo di 400 fiorini che, fatto tutt’altro che usuale, fu regolarmente pagato dalle casse statali.

Nell’Astronomia Nova, dopo una premessa assai poco promettente scritta da Franz Tengnagel, genero di Tycho che difendeva gli interessi della famiglia e che si apre con un ammonimento al lettore a non lasciarsi convincere dalla “libertà di Kepler nel dissentire da Tycho in alcune cose, particolarmente con le sue argomentazioni fisiche”, troviamo la formulazione delle due prime leggi di Kepler. La prima, le orbite dei pianeti sono ellittiche, e la seconda, che il raggio vettore che congiunge il Sole al pianeta descrive aree uguali in tempi uguali (l’ordine delle scoperte è però inverso: prima enunciò la legge delle aree e successivamente quella delle orbite ellittiche).

Questi enunciati, precisi e descrivibili in rigorosi termini matematici, costituiscono le prime leggi naturali; per Arthur Koestler queste due leggi separarono l’astronomia dalla teologia, per unirla alla fisica.

L’accoglienza all’Astronomia Nova, deludendo le trepidanti attese del suo autore, non fu per nulla trionfale. Le due leggi, dal contenuto così estraneo allo spirito geometrico sia dell’astronomia tolemaica sia a quello copernicano, non trovarono un pubblico pronto ad accettare la distruzione di uno dei millenari dogmi dell’astronomia classica: la circolarità delle orbite.

Ne è una chiara riprova la risposta dell’amico David Fabricius, un colto pastore luterano, ad una lettera di Kepler, nella quale il grande astronomo gli illustrava la prima legge: “con la vostra ellisse voi abolite la circolarità e l’uniformità dei movimenti [dei pianeti], cosa che più ci rifletto più mi sembra assurda”.

Nel Seicento, tra tutti i paesi europei, è in Inghilterra che le idee kepleriane trovarono terreno fertile ed un’ampia accettazione. Grandi figure di pensatori e di filosofi naturali, quali Thomas Harriot, Jeremiah Horrocks, il poeta John Donne e Isaac Newton, compresero la portata rivoluzionaria e le profonde implicazioni filosofiche e scientifiche delle scoperte dell’astronomo imperiale. Newton fu fortemente suggestionato da due idee fisiche formulate nell’Astronomia Nova, la prima, che i pianeti si potevano considerare alla stregua di masse materiali, e non quintessenze eteree aristoteliche dotate di una naturale tendenza al moto. Infatti, Kepler ipotizzava una sorta di inerzia planetaria che doveva essere vinta da una forza esistente nel Sole. La spiegazione che diede della natura di tale forza era chiaramente influenzata dalle idee di Gilbert sul magnetismo (De magnete, 1600): il Sole in rotazione emette una sorta di filamenti magnetici che mantenevano in moto i pianeti. La seconda, riguardava l’introduzione del concetto di gravità, inteso come mutua tendenza dei corpi ad unirsi o a congiungersi.

 

 

Galileo Galilei e la genesi del SIDEREUS NUNCIUS (1610)

 

Corre l’anno 1592 e l’università padovana offre al giovane Galileo una cattedra, ma non di “prima” grandezza. Le autorità della Repubblica hanno semplicemente bisogno di un matematico con una forte propensione “tecnologica” che non gli costi troppo ma che sia dotato di un sicuro talento per la progettazione e la costruzione di strumenti scientifici e di macchine.

Nella sfarzosa società lagunare, ormai inesorabilmente avviata al declino (uno splendido tramonto, cinto com’è dalla magnifica aura crepuscolare che riverbera tra i suoi palazzi e le sue calli), il suo non è certamente considerato un incarico di grande prestigio. Galileo non riceve mai inviti “politici” prestigiosi, anche se ha amici influenti, tra i quali, stimatissimo, il servita Paolo Sarpi, storico e uomo politico di vastissima cultura. Queste amicizie, sia pur preziose, non lo hanno però quasi mai messo in contatto con i centri del vero potere dell’ultima potenza marinara europea rimasta nel Mediterraneo.   

Galileo è consultato, sicuramente fin troppo spesso, dai “tecnici” della Repubblica per problemi di natura pratica, legati ai commerci, alla navigazione ed alle necessità militari. In una lettera si lamenta di essere sottoposto ad un continuo bombardamento di richieste da parte dell’Università, dall’Arsenale, dalle vetrerie di Murano, che lo distraggono dai suoi studi prediletti.

Ma i frutti del suo impegno nel laboratorio al piano terreno della sua abitazione sono  comunque tangibili. Inventa, infatti, una speciale “bilancia” e un compasso “geometrico militare”. Quest’ultimo gli crea però non pochi grattacapi legati alla sua primogenitura, perché, con la sua solita irruenza, si fa trascinare in una acrimoniosa disputa con Baldassarre Capra.

Per arrotondare lo stipendio, che è solo una frazione di quello dei docenti più acclamati, è anche costretto ad ospitare in casa sua studenti di diverso lignaggio e a tenere sempre attivo il laboratorio nel quale, tra l’altro, fabbrica occhiali da vista su ordinazione.

Nel 1609 è ancora talmente oppresso da problemi economici (deve finire di pagare la dote per una sorella, mantenere altri cinque fratelli, la madre, tre figli nati fuori dal matrimonio, ecc.)  che, quando scopre che in Europa stanno circolando degli “occhiali” capaci di avvicinare gli oggetti e ne comprende immediatamente le potenzialità, non esita ad avventurarsi in un gioco azzardato, che sembra quasi dettato da una sorta di ansiosa disperazione.

Grazie alla sua competenza nella fabbricazione di lenti per correggere la vista, in pochi giorni realizza un esemplare di “occhiale” perfettamente funzionante e, senza por tempo, con l’aiuto di alcuni nobili amici veneziani, ottiene un’udienza davanti al Senato della Repubblica. Con una indubbia faccia tosta, annuncia al Doge, e a tutti i notabili riuniti, che il cannocchiale, frutto di sue, non meglio precisate, speculazioni “fondate sulla dottrina delle rifrazioni”, ha una grande importanza militare. Segue una magistrale dimostrazione delle potenzialità dello strumento dal campanile di S. Marco.

E’ chiaro anche ai suoi contemporanei, testimoni diretti degli avvenimenti, che il gioco di Galileo non è proprio limpidissimo perché a Venezia già si sono visti degli “occhiali” francesi, anche se di qualità assai inferiore a quelli da lui fabbricati. Il Senato, pur consapevole di non trovarsi di fronte ad una vera “invenzione”, non ha alcuna esitazione a raddoppiargli lo stipendio.

E’ da questo momento, cruciale per la sua vita non solo professionale, che Galileo rinsalda l’intenzione di tornare a Firenze. Immagina che l’infallibile veicolo che finalmente gli spalancherà le porte di palazzo Pitti, accolto da due ali di folla, sarà proprio “l’occhiale”, uno strumento che, nonostante la sua dimostrata efficacia, è ancora erroneamente considerato alla stregua di un curioso, divertente, giocattolo perché composto da due semplici “lenticchie” di vetro levigate, montate alle estremità di un volgare tubo di piombo e dal funzionamento sconosciuto.

Nella seconda metà di quell’anno memorabile, con un accanimento ed una perseveranza assolutamente sbalorditivi (in una lettera ad un suo corrispondente dichiara di aver strenuamente lavorato, in quei pochi mesi, decine e decine di lenti, conservando solamente le quattro o cinque migliori), Galileo perfeziona lo strumento e, finalmente, lo rivolge al cielo.

La fretta è giustificata dal fatto che teme di essere preceduto nella scoperta di quelle “novità celesti” che, ne è certo, sono alla portata del suo eccellente cannocchiale.

Sarebbe poi inammissibile perdere quel vantaggio che sa di aver acquisito grazie alla sua abilità di fabbricante di lenti. E’ un timore, questo, che ben presto si rivela privo di fondamento. E’ vero che in quei mesi alcuni tra i più spregiudicati “filosofi naturali” d’Europa rivolgono il cannocchiale verso il cielo, ma è altrettanto vero che nessuno di essi accetta incondizionatamente il responso fornito dallo strumento, spesso considerato alla stregua di una semplice curiosità, come le tante che il noto “stregone” napoletano, Giovanni Battista della Porta, ha disseminato nella sua favolosa Magia Naturale.

Ma il genio si manifesta, anche e soprattutto, nella fantastica capacità di saper spiccare, in  perfetta solitudine, un salto intellettuale e psicologico di una portata vertiginosa.

Nel corso di poche notti serene di un freddo e brumoso inverno padano, durante le quali Galileo, con l’occhio incollato al cannocchiale, scruta sbalordito la volta stellata, l’intero castello dell’astronomia e della cosmologia aristotelico-tolemaica, dopo un lungo dominio durato quasi 1500 anni, crolla rovinosamente.

Con il successo pressoché immediato, la grande avventura, umana e scientifica di Galileo sembra finalmente imboccare una strada che porta a mete di cui non si intravedono i confini. Non è più un ragazzino ma un battagliero (quasi) cinquantenne di inarrivabile talento. D’ora in avanti, la sua personale, straordinaria parabola conoscerà lampi di gloria e riconoscimenti senza pari, ma sarà anche tormentata da rivalità, amarezze e dolori indicibili. Indubbiamente, il momento di maggior afflizione sarà raggiunto nel corso del tristemente famoso “processo” del 1632.

Il 12 marzo 1610 esce a Venezia il “Sidereus Nuncius”, nel quale Galileo annuncia, in un latino asciutto e misurato, che la sfera celeste, vista attraverso il suo potente “cannone”, è assai diversa da quella percepita dagli occhi degli antichi e così indegnamente assecondata dai suoi sprovveduti contemporanei.

La Luna non è formata da una sostanza eterea, ma ha montagne ed enormi crateri; Giove ha quattro satelliti; la Via Lattea è tutta un pullulare di stelle.

Prende inaspettatamente corpo l’immagine di un sistema del mondo eliocentrico, esattamente quello che un oscuro prete polacco, tre quarti di secolo prima, ha ripreso,  riformulandole, vecchie idee di ormai dimenticati filosofi greci. 

Lungi dall’essere un semplice modello matematico utile per i calcoli astronomici, la centralità di un Sole circondato da pianeti orbitanti, acquisisce, di colpo, conferma e indubbia attendibilità.

E’ convinzione comune che il “Sidereus”, che fin dal suo apparire ebbe una risonanza vastissima, sia una delle pietre miliari della “nuova” scienza.

 

Kepler e la nuova ottica: DIOPTRICE (1611)

 

Alla fine del 1610, Kepler così scrive a Galileo: “Ti rendo noto che nel passato mese di agosto e settembre ho scritto la Dioptrice, che consta di 149 proposizioni e assiomi promiscuamente numerati. L’ho consegnata all’Elettore di Colonia. Il lavoro per definire le cause è stato forte, ma non minore tuttavia è stato il piacere di trovarlo di quello che puoi aver provato tu nello scoprire i Pianeti medicei o la figura di Saturno”.

Da tutti i punti di vista la Dioptrice, pubblicata ad Augsburg nel marzo 1611, 12 mesi dopo il Sidereus, è la vera risposta di Kepler al libretto  galileiano, ne conferma i contenuti osservativi attraverso una compiuta teoria matematica del cannocchiale. La Dioptrice trasforma i fenomeni osservati con il cannocchiale da pura e semplice “magia naturale” in dati scientifici oggettivamente verificabili.

Anche lo stile, asciutto ed essenziale, mostra quanto sia stata ampia l’influenza esercitata da Galileo su Kepler. In effetti, non solamente non vi si trovano quei tratti autobiografici, le confidenze personali e neppure le solite disquisizioni metafisiche che costellano le opere precedenti (l’Astronomia Nova ne è letteralmente piena), bensì, ogni enunciato è rigorosamente presentato e dimostrato con una concisione sorprendente.

La lunghissima prefazione è considerata uno dei più notevoli testi di storia e di filosofia della scienza mai scritti. Nella prima parte troviamo un’ampia discussione sul ruolo dell’ottica nella scienza. Dopo aver demolito le basi del meccanismo della visione secondo gli antichi e aver confermato ciò che egli stesso avevo costruito nella sua precedente opera di ottica, i Paralipomena del 1604, nella seconda parte sono trattati i più recenti e spettacolari sviluppi dell’astronomia conseguenti alla pubblicazione del Sidereus Nuncius e dei motivi che lo hanno indotto ad elaborare una teoria del cannocchiale.

L’opera è articolata in 11 commentari e in 12 parti; nella prima parte Kepler tratta della rifrazione (la cui legge generale non era però ancora nota) e formula un assioma importante (Dioptrice, p. 3, assioma VII) che suona così: “le rifrazioni del vetro sono proporzionali sensibilmente alle inclinazioni fino a 30°”.

Nella seconda parte Kepler fornisce la definizione fondamentale di punto radiante, il punto da cui escono i raggi luminosi sotto forma di cono che ha per base la pupilla dell’occhio. Definisce poi l’ottica delle lenti concave e convesse e del fuoco dei raggi che arrivano parallelamente all’asse sopra una lente piano convessa. Una delle definizioni chiave della Dioptrice riguarda la spiegazione kepleriana del funzionamento del cristallino dell’occhio, della miopia e della presbiopia, nonché l’azione delle lenti correttrici usate come occhiali.

Lo studio delle lenti convesse e delle loro combinazioni gli consente di definire la struttura del cannocchiale a oculare convesso, oggi noto con i nomi di cannocchiale kepleriano o astronomico. Ne accenna però in un’unica proposizione, la 86, per poi passare subito allo studio della proiezione di figure su schermi con due lenti convesse. Nelle pagine successive fornisce la teoria ottica completa del cannocchiale galileiano, che era poi l’obiettivo primario di questo suo lavoro.

La Dioptrice è un’opera di straordinaria importanza sia perché in essa è formulata una teoria ottica molto moderna, sia per le puntuali considerazioni sui meccanismi della visione.

Nonostante i suoi aspetti autenticamente rivoluzionari ed avanzatissimi, essa non sembra però aver inciso in modo profondo sulle conoscenze ottiche dei suoi contemporanei.

Lo stesso cannocchiale kepleriano, tecnicamente molto più avanzato di quello galileiano, allora dominante, è trattato solamente di sfuggita in due pagine ed è supportato da due schemi grafici assai esplicativi, senza per altro stimolare neppure lo stesso Kepler a costruirne un esemplare funzionante. Questo cannocchiale diventerà di uso comune solamente un trentennio dopo la pubblicazione della Dioptrice.

 

Le edizioni secentesche delle tre opere

 

L’Astronomia Nova non ebbe altre edizioni nel corso del Seicento, la Dioptrice invece, dopo la prima edizione del 1611, fu ristampata a Londra nel 1653 e nel 1683, insieme al Sidereus ed all’Institutio astronomica di Pierre Gassendi.

Il Sidereus Nuncius uscì il 12 marzo 1610 dalla tipografia di Tommaso Baglioni, a Venezia,  in 550 esemplari (ce lo dice lo stesso Galileo) e tutta la tiratura fu esaurita in meno di due settimane. Nello stesso anno ne uscì una seconda edizione a Francoforte. Bisogna attendere poi il 1653 per quella londinese sopra citata ed il 1656, quando videro la luce le Opere di Galileo dell’edizione bolognese. Ricordiamo inoltre la traduzione francese del 1681, Le messager céleste, Paris, a cura dell’Académie des Nouvelles Decouvertes de Médecine.

 

Quanti esemplari di queste tre opere sono state complessivamente stampate nel corso del Seicento? Occorre premettere che in quel secolo non era usuale che l’editore rendesse pubblico il numero delle copie stampate di un’opera. Si può dire, con una certa attendibilità, che difficilmente il numero degli esemplari di una tiratura superasse le mille unità. Una tiratura media, infatti, si aggirava tra le 400 e le 800 copie.

L’Astronomia Nova, nell’unica edizione del 1609, probabilmente non superò le 500 copie. La Dioptrice, nelle sue tre edizioni, ha probabilmente raggiunto una tiratura complessiva di 1500-2000 esemplari.

Mentre il Sidereus, nelle cinque edizioni secentesche (compresa la traduzione francese), fu probabilmente stampato in circa 4000 copie.

Tutte queste edizioni saranno oggetto del nostro censimento, anche se, di ogni opera, quella di maggior interesse storico è la cosiddetta editio princeps, ovvero la prima ad essere stata pubblicata, perché è generalmente su di esse che i contemporanei, e le generazioni immediatamente successive, studiarono il pensiero dei due grandi Maestri.

 

Infine, quante copie di esse, presumibilmente, sono ancora esistenti nelle biblioteche pubbliche e private d’Europa?

E’ una domanda che allo stato attuale non ha una risposta certa, essa dipende dai molti fattori che incidono sulla conservazione dei volumi. Ad esempio, il Sidereus, negli ultimi cento anni, è stato oggetto di furti ripetuti in molte biblioteche pubbliche, ma anche altri grandi nemici ne hanno sicuramente decimato o disperso le copie: le guerre, il fuoco e l’acqua, che in assoluto sembra essere la peggior causa di danneggiamento e distruzione del libro antico. E’ probabile perciò che della princeps del Sidereus, ancora oggi potremmo forse reperirne un centinaio di esemplari.

Dell’Astronomia Nova forse ne esisteranno ancora, in tutto il mondo, 150-200 copie. Della prima edizione della Dioptrice, invece, credo non ne siano sopravvissuti più di un centinaio di esemplari. E’ ovvio che tutti questi numeri vanno presi cum grano salis e che potranno essere eventualmente confermati solamente alla conclusione del progetto!

 

Come procedere nella ricerca

 

Voglio ancora una volta ricordare a chi legge che l’obiettivo di questo progetto è di creare un censimento, esteso al continente europeo, delle tre opere sopra indicate. Tale censimento non ha affatto la pretesa di costituire, in sé, uno studio analitico; la sua funzione è, più semplicemente, quella di fornire un primo strumento di ricerca e di orientamento per gli studiosi e gli storici. Per gli appassionati, gli studenti e  gli insegnanti, partecipare a questo progetto può essere una buona occasione per accostarsi alla storia dell’astronomia, entrare nelle biblioteche ed assaporare in senso quasi letterale, il Tempo. Ma non solo, toccare con le proprie mani pagine vecchie di secoli, nelle quali le grandi idee che stanno alla base della Rivoluzione astronomica scorrono ancora pienamente vitali, può essere un’emozione unica ed assolutamente indescrivibile! 

 

La necessità di recarsi personalmente nelle biblioteche, in Italia e in Europa, è dettata dal fatto che la grande maggioranza di esse non ha i propri cataloghi disponibili nel web.

Spesso tali cataloghi sono sotto forma di schedari o di volumi manoscritti e la ricerca deve essere pazientemente condotta senza dimenticare di chiedere il preziosissimo aiuto dei bibliotecari che  possono dare un orientamento alla ricerca.

Una volta reperito il volume (o i volumi) ed averlo richiesto per la consultazione, esso va trattato con estrema cura. Lo si sfogli delicatamente pagina per pagina, controllando che non vi siano parti mancanti e si cerchino eventuali annotazioni manoscritte, firme, date, ecc.

Quando possibile si chieda l’autorizzazione, a scopo di studio, per la riproduzione fotografica del frontespizio e delle note più estese. Foto digitale in formato JPG, leggibili, vanno benissimo!

E’ importante segnalare all’autore (redazione@eanweb.net) anche l’esito di una visita infruttuosa, in modo da tenere una traccia dell’insieme delle biblioteche visitate.

Riassumendo, ecco le informazioni che si dovrebbero raccogliere:

* Nome della biblioteca

* Foto del frontespizio e di eventuali annotazioni, date, ecc.

* prendere nota della collocazione dell’opera

* prendere nota di eventuali pagine mancanti

* prendere le esatte dimensioni delle pagine del libro

* indicare il periodo, anche approssimato, della rilegatura. Se non si ha esperienza, chiedere la collaborazione di un bibliotecario esperto.

* se è indicata la provenienza (proprietario, ecc.) specificare dove essa è indicata, ad esempio, se è nel frontespizio, scrivere: tp, oppure se l’indicazione è indicata nell’altra facciata, usare la sigla convenzionale: c<2>.

 

Per ulteriori informazioni, contattate l’autore e visitate il portale www.eanweb.net.

BUONA CACCIA!

  

 

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